Archive for September, 2016

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Esplora il significato del termine: Ritratto dei nuovi millennials (quelli dai 14 ai 20) basato su 2000 interviste a teenager sui temi caldi della loro esistenza. Ansiosi, depressi e alle prese con molte incertezze, ma meno egoisti di quanto tutti i loro selfie potrebbero far pensareRitratto dei nuovi millennials (quelli dai 14 ai 20) basato su 2000 interviste a teenager sui temi caldi della loro esistenza. Ansiosi, depressi e alle prese con molte incertezze, ma meno egoisti di quanto tutti i loro selfie potrebbero far pensare.

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Sarah ha 18 anni e dopo un intervento medico, uscita dalla stanza d’ospedale ancora confusa, non ha chiesto né della mamma né del papà. Ha chiesto del suo iPhone. Sarah fa parte a pieno titolo della generazione K, quella che segue i Millenials (o Y), che va dai 14 ai 21 anni e che, secondo gli esperti, non se la passa poi così bene.
Il ritratto
Indebitati e spaventati, preoccupati per questioni che da ragazzino non dovrebbero nemmeno sfiorarti, ossessionati dalla tecnologia e dalla connessione perenne, dalla recessione, dai rischi geopolitici e dal terrorismo. Ma anche molto più sensibili ala giustizia sociale di quanto il loro proverbiale narcisismo potrebbe suggerire e fondamentalmente infelici. Questo è il ritratto che ne fa l’economista e accademica inglese Noreena Hertz dopo aver intervistato 2000 rappresentanti di questo segmento generazionale per 18 mesi e aver raccolto le loro paure, ma anche i loro valori, o talvolta dis-valori, e la loro percezione del futuro. «Per la Generazione K il mondo odierno è una giungla senza regole», teorizza Noreena Hertz, enfatizzando soprattutto un sentimento diffuso di pessimismo e una depressione strisciante. Negli Stati Uniti un report del Center for Disease Control and Prevention riporta non a caso che il 17 per cento dei liceali ha seriamente considerato il suicidio e nonostante si tratti di un’età fisiologicamente portata alla drammatizzazione, il dato è ovviamente allarmante e significa che si tratta di una generazione di persone che si sentono eccessivamente caricate di problemi più grandi di loro.

 

Lavoro e debiti
Il 79 per cento degli intervistati, per esempio, si dichiara molto preoccupato per il lavoro e il 72 per cento per i debiti, che raffigurano come una sorta di prigione alludendo ai debiti della vita futura e non certo solo a quelli da studenti. E poi la generazione K ha molto pensiero per il cambiamento climatico e per il terrorismo e non stupisce per nulla che si senta appesantita da questo clima (non solo meteorologico) e che reagisca peggio dei grandi, proprio perché mancano ai ragazzi le conoscenze e gli strumenti psicologici per affrontare le paure. Inoltre la generazione K non crede nella meritocrazia ed è disillusa, quasi come gli over cinquanta. Forse persino di più.
Solidali, malgrado le apparenze
Ma tra le preoccupazioni lavorative e finanziarie e la sfiducia nella classe politica (per altro tipica della società in modo trasversale) e nel futuro c’è anche un dato positivo che emerge. I K infatti ritengono molto importante la giustizia sociale, indicata come prioritaria nel 92% dei casi, e il 70% tra questi ragazzi è seriamente allarmato per la disuguaglianza dilagante. Sintomo che nonostante tutti gli ego-post e i selfie gli adolescenti di oggi pensano al prossimo e stanno male per i mali del mondo. Altro tratto che contraddistingue la generazione K è il desiderio di co-creare, di sentirsi parte di un progetto comune. Starbucks per esempio ha intercettato astutamente questa propensione giovanile con l’opzione “menù segreto”, che offre appunto ai giovani la possibilità di progettare la propria bevanda partecipando dal basso alla sua creazione. I ragazzini di oggi vogliono mettere il proprio nome sugli oggetti e sulle idee e sentirsi parte di un progetto comune, anche nel piccolo.
Le loro icone
Ma sono i loro simboli e i loro modelli a raccontarci più di tutto di come concepiscono il mondo. Prima tra tutte le loro icone femminili è Katniss Everdeen, l’infallibile arciera dalle frecce di fuoco protagonista di Hunger Games, costretta a combattere per la sopravvivenza in un Paese governato dalla paura, eroina spaventata, proprio come si sentono loro. La superstar dei teenager infine è tal Felix Kjellberg, in arte PewDiePie, bel ragazzo svedese considerato un idolo tra gli adolescenti. Attore? Cantante? Niente di tutto questo. O meglio non propriamente. Felix è un game-player, ma anche molto di più: è una star di YouTube di difficilissima definizione che si filma mentre gioca ai videogiochi e che intrattiene gli utenti di YouTube commentando, urlacchiando e parlando a ruota libera. Incomprensibile a noi grandi, ma molto gradito ai ragazzi perché è connesso, perché è lisergico e disinvolto, perché ha tanti like, perché è uno di loro. I media lo definiscono «un intrattenitore svedese, divenuto famoso grazie alla sua attività su YouTube». Il suo canale YouTube, creato nel 2010, ha raggiunto nel 2015 i 10 miliardi di visualizzazioni e nel mese di febbraio 2016 il suo canale YouTube contava oltre 42 milioni di iscritti. La natura dei suoi contenuti è stata spesso descritta come sciocca, energica, detestabile e piena di parolacce, ma i suoi video sono assolutamente genuini e senza filtri. Ha una narrazione carismatica che a chi non fa parte dei K sembra abbastanza delirante, tra urla di spavento, voci buffe, battute, bestemmie e commenti politicamente scorrettissimi. Il fatto è che ai teenager piace e se vogliamo capirli dobbiamo partire da questo. Alla fine PewDiePie rivela il grande senso di solitudine che contraddistingue la generazione K, abituata a essere sola di fronte a degli schermi e a cercare dunque inevitabilmente e comprensibilmente una connessione con il mondo.

Connaissez-vous la génération K ?

September 29th, 2016 by admin

 

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Après la génération Y et Z, place à la génération K. Ce concept a été utilisé pour la première fois par la Londonienne Noreena Hertz, économiste de renom, pour désigner ceux qui sont nés entre 1995 et 2015. L’auteure de « Eyes Wide Open » (« Les Yeux grands ouverts ») a interrogé deux mille ados âgés de quatorze à vingt-et-un ans au cours des dix-huit derniers mois. Dans une tribune publiée le 19 mars dans le « Guardian », elle décrit une génération plutôt « inquiète » et « méfiante ». Pourquoi la lettre K ? Noreena Hertz s’est directement inspirée du personnage de Katniss Everdeen, l’héroïne de la saga « Hunger Games » immortalisée au cinéma par Jennifer Lawrence.

GÉNÉRATION DÉSENCHANTÉE ?

Que retenir de son travail d’enquête ? « Cette génération est profondément anxieuse », constatait-elle déjà fin juillet sur son site Internet. « Ils ont grandi avec la montée de l’extrémisme islamique, l’austérité et Edward Snowden. Ils ont vu leurs parents perdre leur travail et leurs angoisses ne sont pas celles que l’on connaît habituellement à l’adolescence », écrit-elle. Les chiffres parlent d’eux-mêmes : 75% des filles qu’elle a rencontrées lors d’entretiens individuels se disent préoccupées par le terrorisme, 66% sont inquiètes par le changement climatique. Filles et garçons confondus, ils sont 79% à chercher un job et à craindre de ne pas en décrocher le temps venu. La méritocratie, ils n’y croient pas, décrypte également Noreena Hertz dans les colonnes du « Guardian ». Ils sont persuadés que « leur couleur de peau, leur sexe, la situation économique et le statut social de leurs parents vont déterminer leur avenir ». A noter pourtant : cette génération biberonnée aux Smartphones et aux réseaux sociaux est pourtant loin d’être égoïste. Ils sont 90% à considérer qu’aider les autres est important. Leur avenir, il ne le voient pas en rose, certes, mais ils sont bien décidés à agir : selon Noreena Hertz, la génération K sera celle des créateurs et des inventeurs.

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Noreena Hertz is a visionary economist, strategist, best-selling author and thinker whose economic predictions have consistently been accurate. She advises some of the world’s top CEOs on economic, geopolitical and technological trends and business decisions. Most recently she has been appointed ITV’s new economics editor.

 
We are drawn to those who echo what it is we already believe. We get a dopamine rush when we are presented with confirming data similar to what we get when we eat chocolate or fall in love. On Facebook we defriend those with different political views to our own. On Twitter we follow people just like us.

 
Yet a vast body of research now points to the import of contemplating diverse, dissenting views. Not just in terms of making us more rounded individuals but in terms of making us smarter decision-makers. Dissent, it turns out, has a significant value.
When group members are actively encouraged to openly express divergent opinions they not only share more information, they consider it more systematically and in a more balanced and less biased way. When people engage with those with different opinions and views from their own they become much more capable of properly interrogating critical assumptions and identifying creative alternatives.

 
Studies comparing the problem-solving abilities of groups in which dissenting views are voiced against groups in which they are not, find that dissent tends to be a better precondition for reaching the right solution than consensus. Yet how many leaders actively seek out and encourage views alien and at odds to their own?

 
All too few.

 
President Lyndon Johnson notoriously discouraged dissent, with many historians now believing that this played a significant role in the decision to escalate U.S. military operations in Vietnam.

 

Excessive group-think is now recognized to have underpinned President Kennedy’s disastrous authorization of a CIA-backed landing at Cuba’s Bay of Pigs. Former employees of the now defunct Lehman Brothers have talked about how voicing dissent there was considered a career-breaker. Yale economics professor Robert Shiller explained that when it came to warning about the bubbles he believed were developing in the stock and housing markets just before the financial crisis he did so only “quietly” because: “Deviating too far from consensus leaves one feeling potentially ostracized from the group with the risk that one may be terminated.”

 
Is this the feeling the “clubby” environment in your boardroom is inadvertently engendering? Or are you actively signaling that you want to hear views different and diverse and in opposition to your own?

 
We need to have the confidence to allow our own ideas and positions to be challenged.

 
Eric Schmidt, the Executive Chairman of Google, has talked about how he actively seeks out in meetings people with a dissenting opinion. Abraham Lincoln’s renowned “team of rivals” was comprised of people whose intellect he respected and were confident enough to take issue with him when they disagreed with his point of view. Stuart Roden, Co Fund Manager of Lansdowne Partners’ flagship fund, one of the world’s largest hedge funds, tells me he sees one of his primary roles as being the person who challenges his staff to consider how they could be wrong, and then assess how this might impact on their decision-making.

 
Who in your organization serves as your Challenger in Chief?

 

Interrogating the choices you are considering making? Making you consider the uncontemplated, the unimaginable and that which contradicts or refutes your position?

 
And also challenging you?

 
For we are not the robotic emotionless decision-makers of economics text books, bound to make the rationally best choices. Instead we’re prone to a whole host of thinking errors and traps.
Did you know that when we’re given information that is better than we expected — e.g. that our chance of being targeted for burglary is actually only 10% when we thought it was 20% — we revise our beliefs accordingly. Whereas if it’s worse — e.g. if we’re told that rather than having a 10% chance of developing cancer, we actually have a 30% chance — we tend to ignore this new information?