Generazione K: sempre connessi, molto preoccupati ma meno egoisti

September 29th, 2016

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Esplora il significato del termine: Ritratto dei nuovi millennials (quelli dai 14 ai 20) basato su 2000 interviste a teenager sui temi caldi della loro esistenza. Ansiosi, depressi e alle prese con molte incertezze, ma meno egoisti di quanto tutti i loro selfie potrebbero far pensareRitratto dei nuovi millennials (quelli dai 14 ai 20) basato su 2000 interviste a teenager sui temi caldi della loro esistenza. Ansiosi, depressi e alle prese con molte incertezze, ma meno egoisti di quanto tutti i loro selfie potrebbero far pensare.

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Sarah ha 18 anni e dopo un intervento medico, uscita dalla stanza d’ospedale ancora confusa, non ha chiesto né della mamma né del papà. Ha chiesto del suo iPhone. Sarah fa parte a pieno titolo della generazione K, quella che segue i Millenials (o Y), che va dai 14 ai 21 anni e che, secondo gli esperti, non se la passa poi così bene.
Il ritratto
Indebitati e spaventati, preoccupati per questioni che da ragazzino non dovrebbero nemmeno sfiorarti, ossessionati dalla tecnologia e dalla connessione perenne, dalla recessione, dai rischi geopolitici e dal terrorismo. Ma anche molto più sensibili ala giustizia sociale di quanto il loro proverbiale narcisismo potrebbe suggerire e fondamentalmente infelici. Questo è il ritratto che ne fa l’economista e accademica inglese Noreena Hertz dopo aver intervistato 2000 rappresentanti di questo segmento generazionale per 18 mesi e aver raccolto le loro paure, ma anche i loro valori, o talvolta dis-valori, e la loro percezione del futuro. «Per la Generazione K il mondo odierno è una giungla senza regole», teorizza Noreena Hertz, enfatizzando soprattutto un sentimento diffuso di pessimismo e una depressione strisciante. Negli Stati Uniti un report del Center for Disease Control and Prevention riporta non a caso che il 17 per cento dei liceali ha seriamente considerato il suicidio e nonostante si tratti di un’età fisiologicamente portata alla drammatizzazione, il dato è ovviamente allarmante e significa che si tratta di una generazione di persone che si sentono eccessivamente caricate di problemi più grandi di loro.

 

Lavoro e debiti
Il 79 per cento degli intervistati, per esempio, si dichiara molto preoccupato per il lavoro e il 72 per cento per i debiti, che raffigurano come una sorta di prigione alludendo ai debiti della vita futura e non certo solo a quelli da studenti. E poi la generazione K ha molto pensiero per il cambiamento climatico e per il terrorismo e non stupisce per nulla che si senta appesantita da questo clima (non solo meteorologico) e che reagisca peggio dei grandi, proprio perché mancano ai ragazzi le conoscenze e gli strumenti psicologici per affrontare le paure. Inoltre la generazione K non crede nella meritocrazia ed è disillusa, quasi come gli over cinquanta. Forse persino di più.
Solidali, malgrado le apparenze
Ma tra le preoccupazioni lavorative e finanziarie e la sfiducia nella classe politica (per altro tipica della società in modo trasversale) e nel futuro c’è anche un dato positivo che emerge. I K infatti ritengono molto importante la giustizia sociale, indicata come prioritaria nel 92% dei casi, e il 70% tra questi ragazzi è seriamente allarmato per la disuguaglianza dilagante. Sintomo che nonostante tutti gli ego-post e i selfie gli adolescenti di oggi pensano al prossimo e stanno male per i mali del mondo. Altro tratto che contraddistingue la generazione K è il desiderio di co-creare, di sentirsi parte di un progetto comune. Starbucks per esempio ha intercettato astutamente questa propensione giovanile con l’opzione “menù segreto”, che offre appunto ai giovani la possibilità di progettare la propria bevanda partecipando dal basso alla sua creazione. I ragazzini di oggi vogliono mettere il proprio nome sugli oggetti e sulle idee e sentirsi parte di un progetto comune, anche nel piccolo.
Le loro icone
Ma sono i loro simboli e i loro modelli a raccontarci più di tutto di come concepiscono il mondo. Prima tra tutte le loro icone femminili è Katniss Everdeen, l’infallibile arciera dalle frecce di fuoco protagonista di Hunger Games, costretta a combattere per la sopravvivenza in un Paese governato dalla paura, eroina spaventata, proprio come si sentono loro. La superstar dei teenager infine è tal Felix Kjellberg, in arte PewDiePie, bel ragazzo svedese considerato un idolo tra gli adolescenti. Attore? Cantante? Niente di tutto questo. O meglio non propriamente. Felix è un game-player, ma anche molto di più: è una star di YouTube di difficilissima definizione che si filma mentre gioca ai videogiochi e che intrattiene gli utenti di YouTube commentando, urlacchiando e parlando a ruota libera. Incomprensibile a noi grandi, ma molto gradito ai ragazzi perché è connesso, perché è lisergico e disinvolto, perché ha tanti like, perché è uno di loro. I media lo definiscono «un intrattenitore svedese, divenuto famoso grazie alla sua attività su YouTube». Il suo canale YouTube, creato nel 2010, ha raggiunto nel 2015 i 10 miliardi di visualizzazioni e nel mese di febbraio 2016 il suo canale YouTube contava oltre 42 milioni di iscritti. La natura dei suoi contenuti è stata spesso descritta come sciocca, energica, detestabile e piena di parolacce, ma i suoi video sono assolutamente genuini e senza filtri. Ha una narrazione carismatica che a chi non fa parte dei K sembra abbastanza delirante, tra urla di spavento, voci buffe, battute, bestemmie e commenti politicamente scorrettissimi. Il fatto è che ai teenager piace e se vogliamo capirli dobbiamo partire da questo. Alla fine PewDiePie rivela il grande senso di solitudine che contraddistingue la generazione K, abituata a essere sola di fronte a degli schermi e a cercare dunque inevitabilmente e comprensibilmente una connessione con il mondo.